
Quando chiediamo qualcosa all’intelligenza artificiale, tutto sembra avvenire per magia.
Scriviamo una domanda, aspettiamo pochi secondi e riceviamo una risposta. Nessun foglio di carta, nessun prodotto fisico, nessun trasporto. Sembra un’attività senza costi.
In realtà, ogni conversazione con una chatbot attiva una rete di enormi data center, server e sistemi di raffreddamento che consumano energia elettrica e acqua.
Il digitale, insomma, non è affatto immateriale.
Comprendere questo aspetto è importante non tanto per smettere di usare l’IA, quanto per imparare a utilizzarla in modo più consapevole.
L’intelligenza artificiale vive nei data center
Ogni volta che interagiamo con un assistente virtuale, la richiesta viene elaborata da potenti computer ospitati in grandi data center sparsi nel mondo.
Queste strutture lavorano 24 ore su 24 e richiedono enormi quantità di elettricità, sia per alimentare i server, sia per mantenerli a una temperatura sicura attraverso sofisticati sistemi di raffreddamento.
Secondo l’International Energy Agency (IEA), se nel 2024 i data center rappresentavano circa l’1,5% del consumo globale di elettricità, con la diffusione dell’intelligenza artificiale entro il 2030 la domanda energetica potrebbe più che raddoppiare.
Un tipico centro dati incentrato sull’intelligenza artificiale consuma tanta elettricità quanta ne consumano 100 000 famiglie, ma i più grandi in costruzione oggi ne consumeranno 20 volte tanto.
Una domanda non consuma come una ricerca su Google
Molti utenti pensano che usare ChatGPT o altri strumenti di IA abbia un impatto simile a una normale ricerca online. In realtà non è così.
Una richiesta a un modello linguistico richiede generalmente una maggiore capacità di calcolo rispetto a una tradizionale ricerca sul web.
L’IEA spiega che l’IA generativa aumenta il carico di lavoro dei data center perché il sistema deve elaborare enormi quantità di dati in tempo reale, anziché limitarsi a recuperare informazioni già indicizzate.
Con la crescita del numero di utenti, questo si traduce in un maggiore fabbisogno di energia per le infrastrutture digitali.
Non è solo energia: serve anche acqua
Uno degli aspetti meno conosciuti riguarda il raffreddamento dei server. Per evitare il surriscaldamento, molti data center utilizzano grandi quantità di acqua.
Mentre l’impronta di carbonio generata dall’ Intelligenza Artificiale è oggetto di attenzione da parte del pubblico, il prelievo e il consumo idrico dell’IA è ancora poco discusso.
.Uno studio condotto dalla University of California Riverside insieme alla University of Texas Arlington, stima che una conversazione con una chatbot possa richiedere indirettamente circa mezzo litro d’acqua, considerando il raffreddamento necessario delle decine di richieste, mentre l’addestramento del modello linguistico GPT-3 nei moderni data center statunitensi di Microsoft può usare 700.000 litri di acqua dolce pulita. A livello globale si prevede che la domanda di IA rappresenterà un prelievo di acqua compreso tra 4,2 e 6,6 miliardi di metri cubi nel 2027, 6 volte il prelievo idrico annuale della Danimarca o la metà di quello del Regno Unito.
Il boom dell’IA sta cambiando anche gli investimenti
L’espansione dell’intelligenza artificiale non sta influenzando solo il settore tecnologico.
Secondo McKinsey, nei prossimi anni saranno necessari investimenti per centinaia di miliardi di dollari in nuovi data center, reti elettriche e infrastrutture energetiche per sostenere la crescente domanda di capacità computazionale.
Questo significa che l’IA, è diventato un fenomeno economico che sta ridisegnando il mercato dell’energia, delle costruzioni e persino delle materie prime.
Ma allora dovremmo smettere di usare l’IA?
La risposta è “non necessariamente”.
L’intelligenza artificiale può migliorare la produttività, supportare la ricerca scientifica, facilitare lo studio, rendere più efficienti aziende e pubbliche amministrazioni.
Il punto non è rinunciare alla tecnologia, ma comprenderne i costi nascosti.
Così come impariamo a non sprecare acqua o elettricità in casa, possiamo imparare a usare il digitale in modo più responsabile: evitando richieste inutili, utilizzando l’intelligenza umana e tenendo a mente che ogni attività online ha un impatto ecologico reale che non possiamo sottovalutare.
Il digitale ha un’impronta ecologica
Quando sentiamo parlare di sostenibilità pensiamo subito a plastica, automobili o aerei. Raramente ci vengono in mente lo streaming, il cloud o l’intelligenza artificiale.
Eppure, il nostro tempo online richiede infrastrutture enormi che consumano risorse reali.
Secondo la Commissione Europea, la trasformazione digitale dovrà procedere di pari passo con la transizione verde, migliorando l’efficienza energetica delle infrastrutture digitali e favorendo l’impiego di energia da fonti rinnovabili affinché l’innovazione non comporti un aumento delle emissioni.
La sfida non è scegliere tra innovazione e sostenibilità, ma far crescere entrambe insieme.
La tecnologia è invisibile. Le risorse no.
L’intelligenza artificiale ci dà l’impressione che tutto avvenga in uno spazio virtuale.
In realtà, come abbiamo visto, dietro ogni risposta ci sono computer, energia, acqua, reti elettriche e persone che progettano e gestiscono queste infrastrutture.
Conoscere questo “dietro le quinte” ci aiuta a fare una riflessione più ampia: ogni innovazione ha un costo, e la vera innovazione consiste anche nel renderlo sempre più sostenibile.
Usare l’IA in modo consapevole significa sia sfruttarne le opportunità, sia comprendere il valore delle risorse che la rendono possibile.
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